
Ritagli
Da Antonio Di Ciaccia, Commento alla “Direzione della cura” di Jacques Lacan
[…] Quando l'analista usa un potere sul paziente che si era già presentato, ad esempio, sotto il dominio incontrastato del desiderio della madre, si iscrive nella stessa linea di tutti coloro che hanno esercitato un potere su di lui ed il paziente si ritrova nuovamente sotto il dominio di un altro. La questione è invece quella di riuscire ad indicare al paziente il desiderio dell'Altro.
II paziente arriva schiavo del desiderio dell'Altro e lo imputa all'analista - è il versante del transfert - l'analista invece indica l'oggetto che il paziente è stato per il desiderio della madre. […] Si è per l'Altro ciò che ne causa il desiderio ed è per questo che si è presi nel desiderio dell'Altro.
"La Cura è sicuramente diretta dallo psicoanalista"; […] Lacan vuole sottolineare che dirigere la cura non vuol dire dirigere il paziente. […] Si dirige il paziente o si dirige qualcun altro, per esempio un figlio, quando gli si propongono dei contenuti tramite cui egli può sostenersi rispetto alla sua posizione soggettiva. È la modalità normale dei genitori, anch'io come padre cado […] nella posizione del genitore, cioè indico ai miei figli cosa devono fare. Cosa fa invece l'analista? L'analista non dirige. Dirigere la cura, infatti, vuol dire sapere quali sono le regole del funzionamento dell'inconscio e fare in modo che queste si mettano in funzione.
[…] Che cos'è dunque questa direzione della cura? Non è la direzione del contenuto, poiché il contenuto va sempre sul versante dell'ideale. Se siete un insegnante e avete un allievo che non risponde al vostro ideale sapete che […] egli comunque risponde all'ideale di qualcun altro. […] I gruppi danno degli ideali, i genitori danno altri ideali […]. L'atto dell'analista, invece, non mira a sostituire un ideale con un altro o un pregiudizio con un altro […].
Da Alfredo Zenoni, L’altra pratica clinica. Psicoanalisi e istituzione terapeutica, Quodlibet, 2023.
[…] La nozione di “applicazione” della psicoanalisi comporta in sé stessa l’idea di molteplicità. Se la psicoanalisi è una nella sua definizione, le sue applicazioni sono multiple, variano in funzione dei contesti clinici e delle pratiche. […] La diversità delle età e delle sintomatologie, come anche dei dispositivi istituzionali, dà luogo a una grande varietà di pratiche. L’unità di orientamento della psicoanalisi applicata spicca, tanto più che non si tratta dell’applicazione di un modello unico […].
Da Jacques-Alain Miller, Clinica lacaniana, Astrolabio, Roma, 2012
[…] Con Lacan, possiamo chiederci che cosa sia una vera donna e considerare che la sua risposta più semplice è che lo specifico della femminilità si misura soltanto tramite la distanza dalla madre. Tanto meno una è madre, quanto più è donna. Essere madre, farsi madre (vi faccio approdare su questo punto disumano, scandaloso, da custodire a porte chiuse) è un modo di farsi esistere come la donna che ha. Credo che Lacan parli di vera donna, quando la madre non riempie il buco […].
[…] L’associazione libera è un invito a che il paziente si privi di tutto quanto ha appreso in precedenza.
Nella pittura, esistono numerose immagini di geni, rappresentati spesso con le ali, che vanno bene anche per la psicoanalisi. Uno di questi è Eros, il genio dell’amore. Agli analisti piace così tanto credere che la psicoanalisi sia una questione d’amore, da avere individuato una parola precisa per definirlo: transfert. Alla stessa stregua in cui credono che il summum dell’amore sia la madre, sono ben disposti a identificarsi con essa. La ritengono un’identificazione molto bella. All’opposto, vi sono analisti che occupano una posizione di neutralità con l’obiettivo di ostacolare le manifestazioni del genio Eros.
Tuttavia, ciò che gli analisti non sono veramente disposti a sopportare è il secondo genio proposto da Freud, quello di Thanatos. Per usare le sue stesse parole: “Eros non è senza Thanatos”. Eppure, è abbastanza evidente che nella storia della psicoanalisi Thanatos è stato rigettato. Si contano sulle dita di una mano gli analisti che hanno accettato il genio della morte. La maggior parte di quelli che hanno preceduto Lacan, incluso i discepoli più vicini a Freud, non lo hanno mai accettato […].
Da Clotilde Leguil, Cedere non è acconsentire, Alpes,2025.
[…] Ora, quando si perde qualcosa da qualche parte, senza sapere che cosa, cosa si fa? Si torna sul posto per cercare di capire cosa si è perso e magari per recuperarlo. Quel che è certo è che le è successo qualcosa e che non può tornare indietro. [Si tratta di un caso di cui parla Sigmund Freud, il caso di Emma, la bambina di 8 anni abusata dal droghiere]. Questo ritorno è dell’ordine di una ripetizione delle condizioni di ciò che è accaduto e tentare di comprendere. Dopo questo tempo di vedere traumatico, [Emma] ritorna sul luogo per vedere ancora ciò che non ha potuto comprendere.
La mia ipotesi è che vi ritorni per recuperare ciò che le è stato strappato, un’emozione nel corpo prima ancora che fosse pubere.
Laddove la bambina di 8 anni non aveva avuto la possibilità di muoversi, quando il droghiere ha accostato la mano al suo corpo, vi è ora un moto verso il luogo in cui è rimasta pietrificata. Questo movimento può essere letto come una commemorazione del trauma. Ciò che ritroverà non è il droghiere che ha toccato le sue parti intime attraverso il vestito di bambina, ma la scena che le ha tolto la voce. Questa logica riguarda la perdita che ha marchiato il corpo della bambina. Vi ritorna proprio perché il trauma è rimasto a livello dell’effrazione nel corpo. Il “lasciarsi fare” del trauma genera una ripetizione pulsionale ancor prima che si costituisca come trauma per il soggetto. Quando il soggetto cede, è come prigioniero del trauma che gli ha sottratto il proprio corpo. Solo molti anni dopo, a 12 anni, Emma proverà l’angoscia che non aveva potuto provare a 8 anni.
Questa angoscia a posteriori è la firma del trauma. Quest’ultimo grado del “lasciarsi fare”, che Freud incontra all’origine della psicoanalisi e che provoca il trauma psichico, è anche quello che produce un vuoto nella memoria del soggetto.
Capitolo censurato della storia, come Lacan dirà dell’inconscio, il trauma non rientra nel mondo di ciò che può essere detto e trasmesso.
Diventa per il soggetto un punto ombelicale, un punto originario misterioso che resta indicibile. La passività del trauma non trova il modo di essere simbolizzata. “Chi tace”, in questo caso, è destinato a ritornarvi sopra, come per ritrovare la parola persa nel luogo dell’abuso. Chi tace non comprende quel che si è prodotto e cerca di ritrovare quel corpo che è stato svegliato, troppo precocemente, a un turbamento che solo più tardi lascerà il soggetto nell’angoscia. Al di là dell’angoscia, cosa c’è? Forse il disgusto per il proprio corpo che è stato così strumentalizzato dall’altro? Forse la vergogna di questo corpo che ha suscitato il piacere di un altro? Forse un’indifferenza per la trasformazione di questo corpo che ha dovuto riconoscere come
Da SUL FEMMINICIDIO, ebook (in questo sito su pubblicazioni, ebook)
[…] Jacques-Alain Miller […] seguendo la pista tracciata da Lacan afferma: l’uomo e la donna sono due razze non dal punto di vista biologico ma per quanto riguarda il godimento. A partire da questa sovversione si può aggiungere che il rapporto tra i sessi per gli esseri parlanti non è dato dalla biologia, non è scritto, non si può misurare. Altro accade tra gli animali dove tutto è scritto nell’ordine della specie. Con Freud e Lacan possiamo dire che per gli esseri parlanti l’incontro con l’Altro sesso è sempre problematico.
Il malinteso strutturale tra i sessi nasce proprio dal linguaggio. C’è una differenza costitutiva fondamentale, differenza spesso impossibile da sopportare.
“Questo significa che, invece di usare la squisita cortesia animale, agli uomini capita di stuprare una donna, o viceversa”. Freud termina la sua ricerca su un interrogativo: che cosa vuole una donna? E definisce la donna “un continente nero”, un enigma per l’uomo, ma anche per la donna stessa. Poco prima di morire ci ricorda che le analisi si arrestano per uomini e donne su un punto cieco: “il rifiuto della femminilità”.
Lacan a partire dalla strada tracciata da Freud va oltre affermando che la donna non esiste, ma esistono le donne. Detto altrimenti non c’è nell’inconscio un significante che la dice donna. Infatti o la si diffama (dit-femme) o la si idealizza. La violenza, l’odio, il disprezzo si palesano ogni volta che la donna non si fa trovare là dove un uomo la posiziona. Si assiste a un paradosso: più l’emancipazione della donna avanza, e più l’uomo perde la sua identità e la perseguita “o mia o di nessun altro”. Ma questo non vuol dire che non ci possa essere un incontro felice tra un uomo e una donna, fondato sulla parola d’amore” [...].
