20. dicembre 2014 · Commenti disabilitati su La risposta al sintomo del bambino negli U.S.A. Intervista al Dott. Fernando Polack · Categorie:Psicoanalisi · Tag:,

Il quotidiano La Nacion ha pubblicato un’intervista realizzata a Parigi a Mikkel Borch-Jacobsen, che sta promovendo la diffusione del Libro Nero della Psicoanalisi in tutto il mondo. Il 20 settembre lo stesso quotidiano ha pubblicato, nella sua sezione dei lettori, una lettera del Dott. Fernando Polack, pediatra argentino residente negli Stati Uniti a risposta a quella nota. L’interesse che questa lettera ha suscitato è dato non soltanto dal suo contenuto intrinseco ma dal fatto che proviene da una persona che risiede negli Stati Uniti, che non è psicoanalista e che, per tanto, non può essere accusato di difendere interessi della categoria. E’ già stata distribuita dall’EOL, dall’ECF e dalla SLP. José Ioskyn, psicoanalista di La Plata, Argentina, ha preso contatto con l’autore e ha realizzato la seguente intervista:

José Ioskyn: per cominciare, potresti raccontarci come è avvenuto il tuo trasferimento negli Stati Uniti, le motivazioni, cosa ti aspettavi da quel viaggio?

Dr. Fernando Polack: mia moglie e io siamo andati negli USA nel 1993, approfittando di un’opportunità di formazione pediatrica sorta nel Michigan. Io mi ero laureato in medicina in Argentina e avevo molti dubbi riguardo alla possibilità d’intraprendere la carriera in infettologia pediatrica a Buenos Aires, perché percepivo che il focus della formazione professionale in Argentina era soprattutto mirato all’aspetto assistenziale. Siccome un infettologo pediatra deve avere un panorama più vasto riguardo alla biologia, alle scienze di base e all’epidemiologia, diciamo che ero scettico.

La formazione scientifica e medica a livello “organico” è indubbiamente straordinaria nei grandi centri degli Stati Uniti. Quello che colpisce in queste Università, come la John Hopkins, è la possibilità di partecipare – spesso solo leggendo i giornali, a volte come consulente o come agente diretto – ai processi che avvengono in altre parti del mondo, come l’influenza dei polli a Hong Kong, la SARS, o l’eliminazione del sarampione in alcune zone dell’Africa, e ancora riguardo a nuove scoperte nell’area delle scienze di base.

In questo senso, tutte le mie aspettative si sono realizzate. Questo paese è molto generoso e anche intelligente nel provvedere agli stranieri che vengono qua a proseguire i loro studi, offre loro enormi possibilità di sviluppo professionale. Non ricordo nessuna situazione in cui essere straniero ha giocato contro di me sotto quest’aspetto. Per gli espatriati che vivono la loro condizione come un’ascensione quasi etnica, inserirsi nel sistema connota un desiderio disperato e, nella maggior parte dei casi, diventa più facile. Ad esempio, a me sorprendeva molto trovare gente che, proveniente dall’Europa dell’Est, cambiava i propri cognomi, inglesizzandoli, che esponeva la bandiera americana nei loro giardini non appena potevano e, ovviamente, che adottava i costumi nordamericani con una devozione insolita. A volte diventa impossibile riuscire a trovare una persona del Centro America, specialmente quelli più umili, che ti parli in spagnolo. Poi ci sono altri gruppi, quelli che hanno, invece, un legame socioculturale molto forte con i loro paesi d’origine, un vincolo che non possono ignorare. Tra questi gruppi contiamo gli argentini.

J.I.: Nella tua nota al giornale La Nación tu fai riferimento alla particolare situazione di fare il padre in una società che descrivi bene. Potresti raccontarci la tua esperienza come padre lì, la tua impressione circa l’intervento dello stato sui bambini, attraverso la scuola, l’ospedale, ecc.?

F.P.: Non c’è dubbio, l’esperienza più difficile per gli argentini, che conosco ormai da dodici anni qua, è proprio quella di fare i padri. La differenza dei valori e delle abitudini mette a repentaglio le più salde convinzioni! Posso dire che sono fiero di essere riuscito ad aiutare ai miei figli, sostenendoli durante gli anni durissimi in cui ho vissuto a Maryland. Dico questo perché la cosa più facile è cedere, essere “convertito”, vedere i risultati immediati di questa manovra nell’accettazione sociale o scolare: passare dall’essere un discolo all’essere uno “sciocco” buono. Mi spiego, ho molti amici argentini i cui figli – bambini svelti, simpatici – hanno passato anni in scuole con educazione speciale perché non si comportavano “abbastanza bene” secondo il criterio delle scuole americane. Li ho sentiti perfino ringraziare la condizione della scuola speciale perché erano stanchi di correre all’asilo nido o alla scuola quando la maestra li chiamava disperata perché andassero a cercare i loro figli o per discutere riguardo al loro “disadattamento” al sistema. Questo è molto angosciante, perché quando la maestra ti guarda e ti sorride, ma non ti sente assolutamente, tu capisci che non è pronta, che non è minimamente preparata per intendere la paura di un bimbo nella sua prima settimana di scuola. Lì capisci che sei proprio messo male, e solo. C’è un sorriso impersonale che è terribile, che è una strategia, è nell’ingranaggio della cultura americana e serve loro ad affrontare qualsiasi “personalizzazione” della conversazione.

Nella mia esperienza negli Stati Uniti ho capito che ci si aspetta che il bambino si trasformi in adulto quando entra all’asilo nido, inizia lì una “carriera” che finisce a Harvard. Dai tre anni, nelle fasce più colte e progressiste, fino ad essere un “good citizen” nel resto del paese. Non ti dico i pomeriggi che ho passato nelle librerie suburbane….a cercare milestones di sviluppo psicomotorio nei libri “specializzati” che riempiono gli scaffali, per vedere se mio figlio più grande era “on track” – e questo benché la famiglia lo considerassero “un genio” – e non ero l’unico, decine di padri sotto pressione cadevano in simili angosce. Conosco gente che ha ingaggiato un “esperto” perché i loro bimbi di tre anni arrivassero ai diciotto raggiungendo le condizioni per competere per un posto a Harvard, Hopkins o Yale.

Ho degli amici che si sono avvalsi di un’istitutrice cinese, per le loro figlie di sei, quattro e due anni, oltre che portarle tutti i pomeriggi a un programma full immersion di lingua cinese alfine di prepararle per commerciare nel futuro con la Cina; un altro amico ha sequestrato la batteria a sua figlia, strumento con cui giocava la bimba, perché lei doveva esercitarsi con il violino (infatti, questo strumento è favorevolmente considerato nei colloqui d’ingresso all’università). Tutto questo non è uno scherzo, quando devi abitare in questa realtà. Il bambino è un recipiente vuoto che bisogna riempire d’informazioni. E’ questo il tuo dovere di padre o di madre. Poco importa se siano i nomi di 50 dinosauri o dei vulcani del mondo o le costellazioni stellari, questo è il nostro dovere alfine di garantire ai nostri figli il loro successo futuro. Un’ora persa a giocare è un’ora in meno d’informazione. Persino una canzone alla tivù deve fornire “dati”.

Non è facile avere una visione critica riguardo a questo modo di vita, quando tutti attorno a te lo praticano senza sosta e ti guardano come un pederasta perché sei stato un pomeriggio intero a seguire il calcio con tuo figlio alla tv. In ogni caso il tema è un altro. La carriera verso il successo, in questi primi anni, non si basa sul rendimento scolastico, ma sull’osservanza delle regole più severe di comportamento. La disciplina è tutto, nell’educazione elementare e pre-elementare americana. Le promozioni verso la prima elementare avvengono dopo aver sostenuto un colloquio in cui il bambino fa la sua figura nominando le lune di Giove o i vulcani dell’Asia; le lettere di raccomandazione (delle maestre d’asilo) a busta chiusa fanno il resto. Poi la scuola pubblica un ranking – cosa per la quale vanno matti – di bambini di sei anni. Quello che vince è un winner, quello che perde è un loser. Ma, anzitutto, un loser sa già che le cose sono così, perché “questo è il sistema che ci ha portato ad essere il migliore paese del mondo”. A me rattristava molto vedere l’angoscia con cui le madri cercavano di “modellare” i loro figli per soddisfare quell’aspettativa. Non c’è cosa più difficile che l’assolutismo morale che vige nell’educazione americana nei primi anni di scuola. E questo in particolare per noi argentini, che proveniamo da una concezione molto cinica della morale concepita in quei termini.

Per risponderti, ti dirò una cosa ancora riguardo al ruolo dello Stato. Penso che questa concezione di vita tagli verticalmente la società americana, ritengo che oggi lo Stato non abbia più bisogno di esercitare alcun tipo d’influenza in questo senso. Anzi, non penso che ciò sia né migliorato né peggiorato, in accordo con le diverse amministrazioni, perché, per l’appunto, è costitutivo riguardo alla dinamica sociale, quindi lo portano addosso, sia il progressista della riviera est, sia il conservatore del profondo sud. E’ quasi come immaginare che da noi, con il mutare dei governi possa cambiare l’uso dell’irriverenza, il doppio senso o l’ironia.

J.I.: Come pediatra che lavora negli Stati Uniti, che tipo di sintomi sono più frequenti nell’interfase pediatria-psichiatria infantile? Quali sono i disturbi che meritano l’invio ad uno specialista?

F.P.: Noi abbiamo la fortuna di ricevere le consulenze da aree molto vaste del Paese. Siccome la Johns Hopkins ha un enorme prestigio, esiste sempre l’aspettativa di trovare lì la diagnosi che magari è sfuggita prima agli altri medici. Ciò significa che chi arriva alla nostra clinica ha già “superato” molti controlli. Detto questo, si potrebbe pensare che non c’è cosa più interessante che praticare qui, ma questo è vero solo in parte. Ritengo che il cinquanta per cento dei pazienti pediatrici che trovo nella clinica di infettologia abbia come diagnosi di base dei loro sintomi una depressione.

J.I.: Allora, quale sarebbe l’orientamento o la risposta sociale al sintomo del bambino?

F.P: Ogni problema psichico è uno stigma tale per cui i genitori preferiscono qualsiasi altra etiologia, organica, oncologica, infettiva.. tutto, ma non uscire dalla visita con una diagnosi di depressione. Questo mi ha recato non pochi problemi, sono stato persino sgridato perché mi rifiutavo di fare quelle diagnosi, d’altronde inesistenti, cancro, encefaliti virali – che distruggono il cervello – malattia di Lyme – una malattia batterica che spesso serve come sacco di raccolta di diagnosi per gente con un qualche tipo di nevrosi – sino ad altri tentativi disperati, da parte delle famiglie, per evitare la cosa più temuta. Questo si complica sempre di più perché la maggior parte dei medici condivide le apprensioni dei pazienti, perciò quello che sembra pazzo quasi sempre è uno.

Un esempio molto rivelatore è stato quello della clinica dell’AIDS pediatrico: ci sono stati più di duecento pazienti pediatrici attivi durante la decade degli anni novanta, c’era ancora una mortalità notevole. Bisogna ricordare che questi bambini sono quasi tutti orfani di madre oppure la perdono prima di finire il trattamento in clinica. Non hanno padre – o c’è l’hanno in carcere – e vivono con lo stigma equivalente alla lebbra nei secoli passati – al punto che non possono rivelare a nessuno del quartiere in cui vivono la loro diagnosi. Tuttavia, il classico problema era quello di convincere il dipartimento di psichiatria a visitare tali bambini.

Il solito accadeva che arrivavano e, di fronte al bambino angosciato e aggressivo, facessero la diagnosi di “psicosi in AIDS”, mentre al depresso moribondo facevano quella di “demenza in AIDS”, al che seguiva la prescrizione di qualche farmaco e arrivederci. Queste diagnosi irreversibili eliminavano l’eventuale beneficio di ogni intervento terapeutico e, dato che questi spesso sarebbero stati monumentali – viste le condizioni sociali, famigliari e finanziarie di questi bambini –, cominciare a discutere se valeva o meno la pena di andare a visitarli diventava un’impresa impossibile. Senza dimenticare che poca gente – poca a livello dell’ambito di salute e meno ancora a livello generale – considera che ci sia un qualche beneficio nelle terapie, mentre la stragrande maggioranza è convinta che tutto dipenda dalla volontà.

Dato che l’ingresso della psicoanalisi negli Stati Uniti è molto difficile, chi ha interesse ad analizzarsi o a portare il figlio in terapia, ha grandi possibilità di finire nel consultorio di una assistente sociale che applica un approccio direttivo ad ogni tipo di problema. Ricordo quando iniziai a lavorare in pediatria nel Michigan, negli ambulatori abbiamo visitato una ragazzina con una paralisi isterica. Io ero meravigliato e chiamai il supervisore, ma non riuscivo a capacitarmi quando egli ha richiesto un chinesiterapista. Ricordo di avergli chiesto cosa avrebbe fatto se il sintomo si spostava e egli, parole testuali, mi rispose sorridente: “…andrà dall’oculista!”

J.I.: In relazione a quello che dici riguardo a questa cultura, cosa ci si aspetta dal bambino? Riguardo al suo comportamento, al suo sviluppo, a che cosa si presuppone che debba essere preparato?

F.P.: Dal bambino ci si aspetta disciplina nella società e successo professionale ed economico a livello famigliare. Ma uno dei problemi più preoccupanti negli USA è l’immensa, desolante solitudine in cui tutti vivono. Personalmente ho conosciuto quattro persone che hanno finito per suicidarsi o che hanno tentato il suicidio, mentre non ne avevo mai visto una in venticinque anni di vita in Argentina. Il problema – faccio riferimento alla lettera pubblicata – non è solo che la nonna venga a casa dall’altra parte del paese una sola volta l’anno, ma che alla nonna non importa nulla.

Ho un collega molto bravo che ha contratto la febbre gialla in uno degli ultimi viaggi in Africa. Quando arrivò in ospedale, quasi moribondo, le cose non sono migliorate. Solo tre persone –incluso me e un guatemalteco – sono andate ad accompagnare la moglie in terapia intensiva. Il nostro capo allora, che lo aveva personalmente inviato in Zambia, era troppo occupata nel suo ufficio e non ha potuto percorrere i pochi metri che la separavano dall’unità in cui si trovava l’area di terapia intensiva. Questo che a noi sembra orribile, lì, però, è una situazione del tutto normale. Persino la moglie, che è pure infettologa, non ha voluto chiamare i suoceri perché “so molto bene ciò che succede, ma oggi è il giorno che i genitori trascorrono con la figlia maggiore. Quindi non posso intromettermi chiamandoli. Se dovesse succedere qualcosa, arriveranno domani”. Dimmi se hai ancora voglia di ammalarti…

Diciamo che il nordamericano si realizza soprattutto attraverso i suoi successi professionali. Questi si riflettono poi in acquisizioni materiali, prestigio sociale e comfort. Non che questo mi sembri male, anche se, come tutto qua, questo è anche molto superficiale. Diciamolo: qui tutti sono molto soli. Un mio amico li chiama “i re tristi”. L’americano mediamente istruito crede assolutamente alla parola detta. Intendo dire che, se una persona è piena di odio nei confronti di un’altra, ma riesce a dirle “I love you” entrambi credono all’esistenza di quell’amore. Questo è legato a quello che chiamano il “transformational vocabulary”. E’ questo un tema affascinante, con il quale si insegna ai professionisti e ai dirigenti a sostituire certe parole con altre “meno cattive”. Ad esempio, uno non è mai arrabbiato, bensì è perturbato.

Arrabbiato non va bene…Uno non è mai disgustato, ma confuso. Anche disgustato non va bene, è una cattiva parola. Con un atteggiamento positivo tutto si sistema. Mio fratello è dentista a Washington DC e noi ci facevamo grosse risate leggendo le istruzioni scritte fornitegli dal suo “motivatore professionale” al lavoro. Per cui, si capisce che non c’era nessun posto per ridere al lavoro. In queste sedute confessionali tra dentisti, qualche direttore dava testimonianza delle sue colpe e poi tutti cantavano una canzone che ricordo a memoria “Mi alzo il mattino col sole sul volto. I miei bisogni sono metaforici e il mondo è un posto felice”. Certo, a mio fratello non faceva tanto ridere quando era immerso in quella dinamica assurda e aveva bisogno del lavoro perché era appena arrivato in città. Questi “motivatori” sono gli psicoanalisti dei dirigenti di successo negli Stati Uniti. Penso che non serva aggiungere altro.

J.I.: Una questione a proposito dell’imbarazzo di ascoltare l’altro – ne facevi menzione nella tua nota – sembrerebbe, leggendo le tue parole, che esista un profondo rifiuto riguardo al malessere del prossimo, al disagio che bisogna eliminare dal contatto intersoggettivo. I farmaci aiuterebbero in questo, spersonalizzando o comunque mediando la relazione con il malessere, levandolo dai rapporti tra le persone?

F.P.: Oltre alle orde di bambini a cui viene somministrata la ritalina – teoricamente per l’ADD, ma mille volte per problemi famigliari, per maestre nevrotiche, per conflitti scolastici, per neurologi che prescrivono dei farmaci non si sa bene perché – non saprei dire quanti adulti ricevano farmaci e quanti no. Mi riferivo piuttosto a una caratteristica molto forte e diffusa negli USA. Ritengo che questo Paese sia al cento per cento protestante. Gli ebrei, come anche i cattolici, sono protestanti, persino la seconda generazione di orientali diventa protestante e tanto più se si ha necessità di essere accettati, indipendentemente da quale sia l’origine religiosa. Il protestantesimo è molto severo. Non ha il margine che, invece, altre religioni hanno; ha inoltre una profonda radice moralista. Nel protestantesimo non si gioca né si scherza, quindi, neanche negli Stati Uniti. Ci ho messo dieci anni per impararlo.

In questo senso, ogni espressione di soggettività diventa scomoda. Non si discute mai di politica, non si discute mai di nessuna cosa personale, non si chiede niente che riguardi qualcosa del privato. Alzare la voce è antigienico. Il contatto fisico è temuto. In effetti, i bambini argentini spesso ricevono la diagnosi direttiva di “sensoriors”, vale a dire di bambini che hanno bisogno di troppi stimoli tattili, visto che abbracciano i loro compagni, i genitori e a volte persino le maestre. Questo va trattato, da ciò si guarisce. Bisogna comprare una spazzola a pelo grosso e spazzolare in senso longitudinale le loro gambe. Ecco come, chi voglia essere all’avanguardia delle scienze psichiche, dovrà avere la sua spazzola. Non è facile resistere alla pressione scolastica di “spazzolare” i bambini, giacché rifiutarsi di farlo, con la stupida scusa del “noi in Argentina ci abbracciamo molto”, significherebbe ricevere il commento scontato del tipo “E che me ne frega: qui tuo figlio è un “sensorior” e, se non volete avere problemi con noi a scuola, acquista la spazzola, disadattato”.

J.I.: Per finire, vorrei chiederti se hai fatto un’analisi in Argentina. In questo caso, qual è stata la tua esperienza come analizzante o paziente? Ti ha aiutato – concretamente – la tua analisi?

F.P.: Senz’altro mi ha aiutato, e molto, la mia attuale analisi in Argentina – io viaggio molto per motivi di lavoro – e questo mi ha mantenuto sano negli Stati Uniti. In Argentina ho fatto un’analisi per parecchi anni, anche negli Stati Uniti l’ho proseguita con un analista argentino dal quale andavo anche se dovevo guidare per 60 km ogni venerdì pomeriggio. Qualcuno che non sta nella stessa barca ti deve rassicurare del fatto che non sei un pazzo e che le tue decisioni, per quanto lì sembrino strambe, hanno la loro logica.

Ci sono molti bambini argentini che sono in analisi con terapeuti argentini coi quali parlano loro al telefono dagli USA. Questo è abbastanza comune e spesso è tanto più importante perché sono lontani. Sono tantissimi le mail che io stesso ho ricevuto negli ultimi giorni, scritte da argentini sconosciuti che abitano negli USA che mi raccontano brevemente esperienze molto simili. La lettera che ho scirtto è nata perché, quando ho letto quella nota, al lavoro non ce l’ho più fatta a concentrarmi. Pensavo che sebbene sia stato costretto a giocare con le loro regole a “casa loro”, non potevo consentire che, allegramente, essi pensassero di imporle anche “a casa mia”. Così ho scritto e spedito la lettera di quattro pagine che è finita condensata in quelle righe. L’ironia è che il grande interesse suscitato poi in Argentina mi avrebbe causato una condanna “morale”, se fosse stata pubblicata su un giornale di Baltimora. José Ioskyn

Traduzione: Laura Rizzo – [Nota distribuita dalla Associazione Mondiale di Psicoanalisi Lista UQBAR translation. Archivi 2008]