20. dicembre 2014 · Commenti disabilitati su La parola svilita/la vergogna · Categorie:Psicoanalisi · Tag:

L’ascolto
Oggi la parola è sempre più svuotata e priva di valore. La parola data conta sempre di meno. Nei luoghi istituzionali o presso chi, per primo, dovrebbe dare giusto peso e dignità alla parola pronunciata, essa, non appena pronunciata, è già svilita e non giunge a farsi atto, ovvero atto di parola che sottende la fede e l’impegno di chi l’ha pronunciata. Si gioca con questa parola svilita, la si traveste con il lapsus, con la sbadataggine, la “battuta”(!), senza voler sapere che del lapsus, della battuta e della sbadataggine siamo sempre responsabili, uno per uno. L’essere responsabili fa parte della dignità dell’essere umano e del rispetto che merita.

Jacques Lacan nel 1970, rivolto agli studenti dell’Università di Vincennes, curiosi, avversi, provocatori, futuri analisti, sé dicenti rivoluzionari, futuri professori, architetti, intellettuali, insomma giovani d’ogni risma e talento che avrebbero fatto la storia di oggi, diceva che c’era un notevole vantaggio “all’aver vergogna […] ed è questo che la psicoanalisi scopre” . La psicoanalisi, l’etica della psicoanalisi, pone la vergogna come qualcosa d’importante ma anche come un effetto che si ottiene raramente. Raramente si prova vergogna. Oggi è più che mai sensibile che pochi sono coloro che si vergognano, quando ne avrebbero di che. Eppure, la vergogna è proprio l’effetto del fatto che l’essere umano parla, che è soggetto al linguaggio .

Che cosa intendeva lo psicoanalista francese rivolto a questi giovani che lo interrogavano e lo provocavano al contempo? In sostanza, li avvertiva dell’irresponsabilità dell’essere umano rispetto a un discorso che non contempli un certo fallimento. Il fallimento di cui parla Lacan è il fallimento in cui si incorre ogni volta che si parla. La parola non è un fatto puramente intellettuale o di sola comunicazione ma è in presa diretta con il corpo, ovvero si articola con quella che Freud ha chiamato pulsione. Cosa c’entra il fallimento, allora?

Il fallimento, come dimostra la clinica e come dimostra semplicemente la vita di donne, di uomini e di bambini, consiste nell’impossibilità della parola, del linguaggio, di afferrare tutto, di simbolizzare tutto. Qualcosa dell’ordine della pulsione rimane fuori e ce ne accorgiamo ogni volta che il corpo fa dei sintomi o ricerca delle modalità di soddisfazione che sono apertamente in contrasto con il piacere, con la vita stessa, con l’equilibrio e con l’armonia. Linguaggio e parola non riescono né a dire tutto, né a controllare tutto, né a pacificare tutti gli affetti, ma sono pur sempre lo strumento, la via, attraverso cui l’inconscio si manifesta e conduce il soggetto ad avvicinare il più possibile ciò che gli fa male, ciò che non funziona.

La responsabilità
Secondo l’etica della psicoanalisi, di questo qualcosa che rimane fuori e che il linguaggio non imbriglia dobbiamo assumerci la responsabilità come soggetti parlanti. Ecco che il sentimento della vergogna ha un risvolto positivo e costruttivo, quando si manifesta, non per una questione di morale comune, convenzionale, bensì perché esprime e non ricopre o nega il rapporto del soggetto con ciò che non va, con ciò che fallisce, lo esprime nel solco dell’etica.

Lacan non parla di morale ma di etica del ben dire. Ben dire non vuole dire: dire tutto, perché, abbiamo detto, è impossibile dire tutto. Vuole dire: dire bene, perché, invece, è possibile dire bene. Dire bene vuole dire credere nell’inconscio, affidarsi alla catena inconscia, cosa che permette di avvicinare e toccare quel punto in cui l’essere umano, in quanto soggetto assolutamente unico e particolare, può mettere a fuoco la causa del suo malessere, la causa di ciò che lo ha portato fino a quel frangente così doloroso della sua vita. La causa di cui si tratta, oltre a essere interna e non esterna al soggetto, è fatta della stessa pasta di ciò che muove il soggetto, della stessa pasta di ciò che lo fa desiderare. Il ben dire conduce, dunque, a un rovesciamento tale per cui ciò che faceva male si rivela essere ciò che muove alla vita. Bisogna volerci arrivare.

La scommessa
Il valore che la psicoanalisi conferisce ancora alla parola dell’essere umano è inestimabile, di qualsiasi razza, paese, sesso biologico egli sia, e qualsiasi sia la sua scelta rispetto alla posizione che assume fronte all’altro del sesso, al suo modo di godere, e qualsiasi sia la sua scelta di fede religiosa. La scommessa della psicoanalisi è di operare tramite la parola perché l’essere umano possa riconoscere, venire a patti e trarre soddisfazione dalla propria singolarità sintomatica in un modo più vivibile e meno dannoso o doloroso di quanto non sia stato in altri momenti della sua vita, per sé e per gli altri.

Uno spazio di parola
Tutti, a un dato momento, parliamo e la parola, anche se non è dichiarato, richiesto, deciso da chi la pronuncia, è sempre rivolta all’altro. Si parla perché da qualche parte c’è l’altro, vicino o lontano. A partire dall’insegnamento che ci viene dalla psicoanalisi, in particolare da Sigmund Freud e da Jacques Lacan, l’ascolto ha uno statuto speciale, certamente negli studi privati, ma per noi in ogni luogo in cui il soggetto si rivolge a uno psicoanalista. Si tratta di un ascolto che fa spazio alla parola piena, non vuota, ovvero non la semplice chiacchiera. Nella chiacchiera si ripercuote la confusione tra chi parla e chi ascolta, una confusione immaginaria, dove non bastano i ruoli – io psicoterapeuta, tu paziente – a mantenere la giusta distanza o asimmetria. Perché ambedue non siano ridotti sullo stesso piano e, dai due lati la paura giochi la partita, a volte l’imbarazzo e, di fondo, sempre, l’angoscia, bisogna che chi ascolta faccia appello a un terzo, un terzo che noi chiamiamo Altro, Altro del simbolico che permette la messa in moto dell’inconscio. In tale spazio il dire o il non voler dire assume un altro statuto e anche il silenzio è contemplato. Il silenzio parla, se non è subito ricoperto. Il mutismo è parlante, anche se non risuona.

Le parole, più spesso di quanto non si creda, possono uscire dal discorso comune, dai binari della così detta normalità, pur essendo parole di chi, come tutti, è nel linguaggio. Non basta dire che tutti siamo immersi nel linguaggio, poiché l’ordine che il linguaggio stesso conferisce all’essere umano, l’ordine simbolico, non ha sempre la stessa presa per tutti. E’ importante, dunque, che l’ascolto sia avvertito, allenato a tener conto e a cogliere, senza pregiudizio, sfumature e differenze da cui dipendono modi di essere e di vivere del soggetto, oggi detti comportamenti.

I comportamenti non sono che fenomeni, punte di un iceberg, di qualcosa d’enigmatico e singolare che chiamiamo sintomo e che ha un significato, un senso e una funzione differente per ciascun essere umano. Ognuno dovrà trovare la propria soluzione al sintomo a partire dal sintomo stesso, a partire da ciò che per lui non funziona.

La psicoanalisi applicata
Si tratta dell’applicazione della psicoanalisi al sociale di cui ormai da anni, non solo a Roma, ma in molte altre città d’Italia dove sorgono istituzioni o centri di ascolto orientati dal discorso analitico, possiamo riconoscere l’utilità e l’efficienza. Non si tratta dell’applicazione di un metodo o di un modello a partire dal quale ci mettiamo a interpretare ogni parola o discorso di chi si rivolge a noi. Assolutamente non è così. Non vogliamo incorrere nell’errore di dare senso a tutto né di dare un significato per forza compatibile con un quadro stabilito. Riconosciamo che la tentazione è forte, quando ci si trova fronte a situazioni di malessere che causano angoscia, compresa la nostra di operatori, di psicoterapeuti e psicoanalisti, ma non è questo cui miriamo, a noi interessa il soggetto, non la sua omologazione.

Crediamo nell’inconscio, ma credere nell’inconscio non è credere in una teoria dell’inconscio. Lacan metteva in guardia rispetto a simile deviazione, che definiva addirittura “buffonesca” e che ha condotto a certi abusi da parte degli stessi psicoanalisti, quando, per esempio, hanno pensato di applicare tale presunta teoria all’interpretazione dell’arte o all’interpretazione della vita dell’artista.
Credere nell’inconscio, diceva Lacan, significa credere in ciò che dell’inconscio può essere preso nel campo della pratica della psicoanalisi, nient’altro che questo . La pratica della psicoanalisi, lo abbiamo già detto, è una pratica della parola. Dell’inconscio può essere preso il sapere nascosto che ciascun essere umano possiede, un sapere che non sa di sapere. Ciò vuol dire che dietro le sue parole c’è dell’altro, tra le righe del suo discorso c’è dell’altro. Il sapere nascosto è proprio quello che sfugge, che scappa via, quello che il linguaggio non imbriglia e che non appare se non tra il lapsus, il sogno, la sbadataggine, l’atto mancato.

Le parole in presa diretta con il corpo, coniugano il piacere, il dolore, il misto di piacere e di dolore che fa compiere all’essere umano cose senza senso, cercare o perpetrare la violenza o intossicarsi o digiunare o abbuffarsi, perché “è più forte di me”. Ecco allora che è il non senso che interessa alla psicoanalisi, è al non senso e al fuori senso che si applica il discorso analitico, diversamente da quanto avviene in genere con l’elargizione di senso a tutto spiano molto di moda oggi nel campo della psicologia.

Nell’applicazione della psicoanalisi, noi analisti facciamo riferimento alla nostra esperienza di psicoanalisi personale in quanto ci permette di sostenere l’angoscia altrui perché abbiamo lavorato a lungo la nostra, cosa che ci permette di evitare di dare risposte immediate che impediscono al soggetto di elaborare, a partire dalla sua storia, una riflessione sul suo malessere. E’ così che ci poniamo nella posizione di condurre chi si rivolge a noi verso l’implicazione soggettiva che porta alla formulazione di una domanda che non è più semplicemente d’aiuto ma si volge in risposta, una risposta non più attesa dall’altro.

Céline Menghi

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