VIOLENZA DENTRO E FUORI LE MURA DI CASA

Le cronache dei giornali e i notiziari televisivi sempre più ci rinviano informazioni che parlano di atti di violenza contro donne, bambini, adolescenti, anziani.

Scoppi di aggressività improvvisi che apparentemente non sembra abbiano motivazioni, violenza reiterata che sfocia in atti estremi, spesso tutto ciò all’interno di rapporti familiari o affettivi.

Anche i giovani e i giovanissimi non sembrano esenti da questo fenomeno, si parla di bullismo nelle scuole, di cyber-bullismo che corre via etere, tutto ciò spinge a volte le “vittime” a compiere atti estremi. Ovviamente senza facili generalizzazioni, ma con la necessità di un approccio del caso per caso, come la psicoanalisi insegna, sappiamo che tante possono essere le ragioni che inducono una persona a esercitare violenza contro un proprio simile. Ma, a nostro avviso, il fenomeno della violenza umana non è spiegabile con una causa naturale o biologica, alla stregua di ciò che accade nel mondo animale.

In un carteggio tra Einstein e Freud nel 1932 e raccolto sotto il nome di Perché la guerra?, quest’ultimo chiarisce come l’aggressività e la violenza abbiano radici profonde nell’essere umano, difficili da recidere: pulsione di morte è il termine che Freud attribuisce a tali istinti. Una forza che spinge l’essere umano verso la propria autodistruzione, esercitarla all’esterno nei confronti dei simili, è il modo in cui tale pulsione può trovare uno sbocco.

Il fenomeno della violenza maschile sulle donne, di cui sempre più vengono alla luce gli effetti, è un fenomeno che riguarda gran parte dei paesi e delle culture, e trova sicuramente le sue radici in più fattori. Il primo è la differenza sessuale, ciò che di più intimo lega il soggetto alla propria sessualità, crea una dissimmetria alla quale, in tutte le culture, si tenta di rispondere con l’ideale della simmetria e della complementarità tra i sessi. Tale mito è sicuramente fonte di insoddisfazione e frustrazione. Il secondo fattore può essere ricercato nell’aggressività in quanto costitutiva del rapporto del soggetto con le immagini del proprio Io e quelle dei suoi simili. Non esiste l’Io senza l’Altro e il non riconoscere l’alterità nell’altro può essere causa della violenza di un uomo su una donna. Cosa fare di fronte a situazioni che reiterano l’uso della violenza? Come comportarsi nei casi in cui ci si ritrovi a ricoprire il ruolo di “vittima”? Ma anche cosa fare quando ci si rende conto che alcune situazioni danno vita a reazioni di aggressività o di violenza contro altre persone, a volte a noi più care? Il primo passo fondamentale, a nostro avviso, è quello di rompere con il binomio “vittima/carnefice” e per fare ciò è indispensabile una riflessione e una pausa.

Da più di dieci anni lavoriamo su tali tematiche e abbiamo sviluppato un’esperienza nel trattamento di casi di violenza e di violenza assistita, ovvero di casi in cui i minori si trovano ad assistere ad atti di violenza contro le proprie madri o i/le propri/e fratelli e sorelle.

Laura Storti